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Maria Toziano Coach

Il muro dei primi venti minuti: perché quando torna si isola?

Gira la chiave nella toppa. È un suono che conosci a memoria.

Che tu abbia passato la giornata a incastrare lavoro, figli e imprevisti, o che tu abbia semplicemente contato le ore aspettando la fine di quel turno infinito, quel rumore per te significa: finalmente è a casa.

Senti il fruscio del cinturone o della divisa che viene appoggiata da qualche parte.

Sorridi, gli vai incontro con la voglia di raccontargli la tua giornata, di sapere com’è andata la sua, di ritrovare quella connessione emotiva che ti è mancata. Ma lui/lei alza lo sguardo, ti fa un mezzo sorriso stanco e… si spegne.

 

Entra in una sorta di bolla. Magari si chiude in bagno per una doccia che dura un’eternità, oppure si siede sul divano e fissa il vuoto, o peggio, inizia a scorrere il telefono in un mutismo che sembra impenetrabile. Le tue domande ricevono risposte a monosillabi.

E se vivete una relazione a distanza, la scena è identica, cambia solo il palcoscenico: hai aspettato tutta la sera quella videochiamata, magari lui/lei è in missione, in caserma o in navigazione.

Appare sullo schermo e tu vorresti un fiume di parole per colmare i chilometri, e invece trovi un volto inespressivo, uno sguardo perso nel vuoto e silenzi lunghissimi.

In quel preciso istante, so esattamente cosa scatta nella tua testa. Il tuo cervello inizia a viaggiare: “È arrabbiato/a con me? Ha qualcosa che non va? Preferisce guardare il telefono piuttosto che parlarmi.”

Voglio dirti una cosa importante, e te lo dico da coach che lavora ogni giorno con professionisti in divisa, ma te lo dico anche da figlia che ha visto suo padre rientrare a casa dopo turni stancanti per 40 anni.

Quel silenzio spesso è un meccanismo di sopravvivenza non consapevole.

Il "terzo spazio"

Chi indossa una divisa, chi opera per strada, in scenari di emergenza o in contesti ad altissima pressione, passa l’intero turno in uno stato di iper-vigilanza.

Il loro sistema nervoso è perennemente in modalità “allerta”: l’adrenalina scorre, il cervello è pronto a reagire al pericolo, a prendere decisioni rapide, a gestire conflitti.

Quando la porta si chiude, il cervello capisce che l’allerta è finita. Per passare dalla modalità “sopravvivenza” alla modalità “presenza”, il suo sistema nervoso ha bisogno di un blackout. Ha bisogno di azzerare gli stimoli.

Il ricercatore Adam Fraser ha codificato questo passaggio definendolo “Il Terzo Spazio” (The Third Space). Il Terzo Spazio è la transizione psicologica tra il Primo Spazio (il lavoro) e il Secondo Spazio (la casa).

Quando questo spazio di transizione viene saltato o negato, l’individuo porta l’energia satura o l’iper-vigilanza del lavoro direttamente nel salotto di casa, compromettendo le relazioni. I 20 minuti di “vuoto” richiesti al rientro non sono altro che un tentativo estremo di ricreare un Terzo Spazio all’interno delle mura domestiche.

Riflettiamo insieme

Ma sapere questo, a livello teorico, non cancella la tua frustrazione. Perché la teoria non ferma il nodo allo stomaco che provi in quel momento.

Prima di dirti cosa fare, voglio che tu ti fermi un attimo. Prenditi il tempo per rispondere con assoluta onestà a queste domande:

  • Cosa ti dici esattamente in quei 20 minuti di silenzio? Qual è la frase che ti ripeti in testa mentre lo vedi distante?

  • Cosa succederà alla vostra complicità tra uno, due o cinque anni, se continuate a subire questo muro quotidiano senza sapere come gestirlo?

Capire che lui/lei ha bisogno di “decompressione” è solo il primissimo passo. Ma calare questa consapevolezza nella vostra realtà, senza litigare e senza farti sentire l’ultima ruota del carro, richiede un metodo.

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Bisogna sapere esattamente come negoziare questo spazio, quali parole usare, e come gestire il tuo dialogo interno per non sentirti respinta/o.

Le dinamiche irrisolte non spariscono, si incronicizzano. E il non detto logora i rapporti più di una lite.