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Maria Toziano Coach

La vita a fisarmonica: tenere il ritmo della divisa​

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C’è un ritmo particolare che conosce solo chi vive accanto a una divisa. È il ritmo della fisarmonica.

Un momento in cui la tua vita si allarga: il partner parte per una missione, un servizio fuori sede o un cambio destinazione, e tu devi occupare tutto lo spazio. Ti fai carico di ogni decisione, ti adatti, ti organizzi in autonomia per pura sopravvivenza emotiva e logistica.

Poi la fisarmonica si stringe: il partner rientra, la missione finisce, o arriva il trasferimento che vi riavvicina sotto lo stesso tetto. E improvvisamente quegli spazi vanno rinegoziati di nuovo.

Questo continuo movimento di espansione e compressione è faticoso. Se non si impara a gestirlo, il rischio è che il mantice si strappi.

Quando la fisarmonica si apre: un'autonomia necessaria

Quando la porta si chiude e la macchina verso l’aeroporto o la nuova destinazione parte, la casa non si svuota soltanto: si allarga improvvisamente.

Il mantice si tira. Il silenzio nelle stanze diventa denso, quasi tattile. All’inizio c’è un momento di smarrimento, poi scatta un riflesso profondo, viscerale: la modalità sopravvivenza.

Prendi possesso di ogni centimetro di spazio. Occupi entrambi i lati del letto, decidi gli orari senza consultare nessuno, gestisci le emergenze domestiche con una fredda efficienza che ti sorprende. Indossi un’armatura invisibile fatta di liste, routine rigide e decisioni veloci.

Ma più la distanza si prolunga, più quella capacità di bastare a te stesso/a rischia di trasformarsi in una corazza. Ti abitui a suonare da solista, ricamando attorno a te un ritmo in cui l’altro, inevitabilmente, non è più previsto.

Il problema nasce quando questa autonomia diventa un muro di autodifesa: “Faccio da sola/o così non soffro la tua assenza”.

Quando la fisarmonica si stringe: l'illusione del rientro perfetto

Poi arriva il giorno del rientro. La fisarmonica si schiaccia all’improvviso.

Ci si aspetta la scena da film, ma la realtà ha il sapore dei dettagli quotidiani: il borsone o gli anfibi che ingombrano l’ingresso, una seconda tazza lasciata sul lavello, la televisione accesa a un volume diverso.

La casa, diventata enorme, improvvisamente si rimpicciolisce.

È il momento della ri-compressione, ed è qui che spesso la musica stecca. Tu porti addosso la stanchezza di aver retto tutto il peso da sola/o e il fastidio sottile nel veder stravolte le tue geometrie; l’altro porta addosso la stanchezza del servizio, il bisogno di decompressione e la preoccupazione di sentirsi un “ospite” in casa propria, un elemento fuori posto in un ingranaggio che ha imparato a girare senza di lui/lei.

I corpi si cercano, ma le abitudini urtano l’una contro l’altra. Ci si scontra per cose banali — una decisione presa senza chiedere, un gesto automatico cambiato — perché il cervello di entrambi sta cercando di capire come tornare a suonare a quattro mani dopo mesi di assoli.

Cosa succede?

Passare continuamente dalla modalità “devo bastare a me stessa/o” alla modalità “siamo una squadra” richiede uno sforzo di adattamento cognitivo enorme.

Quando la fisarmonica cambia estensione troppo velocemente, o quando la prospettiva di un nuovo trasferimento resetta il timer ogni sei mesi, un anno, due anni, resti in uno stato di allerta costante. 

Ti lascio una riflessione.

Se non puoi controllare le decisioni dall’alto o la frequenza delle partenze, ti è utile pensare alla coppia come l’unico vero indirizzo fisso che avete?

Casa non è un luogo geografico: casa siamo noi.

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Strumenti pratici

Vivere a fisarmonica è un’arte che si impara, non un condanna da subire.

Qual è la prima parola che ti viene in mente quando pensi alla prossima partenza o al prossimo rientro? Puoi scrivermela qui in chat.

Dare forma è un primo passo per abbassare la tensione.