Il partner porta la divisa e tu il nodo alla gola: cosa provi?
Lui porta la divisa. Tu, ogni giorno, porti un nodo.
È un nodo alla gola quando la porta di casa si chiude per l’inizio del turno. Una stretta allo stomaco mentre fissi lo schermo del telefono, aspettando una chiamata che tarda ad arrivare.
Eppure, ogni volta che provi a dargli una voce, finisci per usare le solite frasi involucro:
«Non mi risponde da ore e sono arrabbiata/o.»
«Quando parte divento nervosa/o.»
«Mi dà fastidio quando non mi racconta quello che succede.»
«Non so cosa ho. Sono solo stressata/o.»
Ci siamo abituati a stipare quel nodo dentro grandi contenitori generici: il nervosismo, la stanchezza, la rabbia, il classico “stress”. Ma la verità è che sotto quel nodo c’è un’esperienza emotiva complessa e viva a cui, troppo spesso, non ti concedi il tempo, o il permesso, di dare il vero nome.
La trappola delle parole passe-partout
Quando la vita quotidiana è scandita dai turni in quinta, dai rientri improvvisi in ritardo, dalle missioni o dall’incertezza delle destinazioni, è più semplice liquidare ciò che si sente con un “sono solo arrabbiata/o” o “è solo stress”.
Il rischio è trasformare ogni momento di condivisione in uno scontro o in un silenzio punitivo.
Dire di essere “arrabbiati” perché lui/lei non risponde al telefono è apparentemente più gestibile rispetto all’ammettere di avere paura per la sua incolumità, o di avvertire un profondo senso di tristezza o solitudine in quel momento della giornata.
Definire “fastidio” il suo silenzio sulle dinamiche operative della caserma o della strada è più immediato che riconoscere il desiderio di intimità e la frustrazione di sentirsi esclusi da un pezzo importante della sua vita.
Name it to tame it
Questo non significa che nominare un’emozione la faccia magicamente sparire.
Significa trasformare un’esperienza emotiva poco chiara in qualcosa che possiamo osservare, comprendere e soprattutto affrontare.
Inquadrare la rabbia, l’agitazione o il nervosismo come emozioni “sbagliate” o da reprimere per “non appesantire la coppia” è la mossa più diffusa.
Il punto non è stabilire che l’emozione che abbiamo nominato sia “sbagliata”.
Il punto è fermarsi e chiederci: “è davvero questa l’unica cosa che sto provando?”
Attivare le tue risorse interne
Riconoscere la reale natura di ciò che provi cambia radicalmente il modo in cui ti relazioni con te stessa/o e con il tuo partner.
Se ti convinci di essere, ad esempio, semplicemente “arrabbiata/o”, la reazione automatica sarà l’attacco, la provocazione o la chiusura punitiva.
Ma se riconosci che dietro quella rabbia c’è la paura di perdere il contatto o il bisogno di essere rassicurata, la tua comunicazione cambierà forma.
- Cosa scopri di te stessa/o e dei tuoi bisogni, quando sposti lo sguardo da quello che fa il partner a quello che stai provando tu?
- Nel momento in cui dai il nome preciso a ciò che provi, di cosa scopri di aver davvero bisogno oggi per prenderti cura di te, indipendentemente dal suo lavoro?
Strumenti pratici
Riconoscere i propri bisogni richiede tempo e allenamento. Proprio come in palestra non si sollevano subito i carichi più pesanti, anche la consapevolezza emotiva si costruisce a piccole ripetizioni quotidiane. Imparare a dare il nome corretto a ciò che provi è la tua prima flessione.
Se ti accorgi che il tuo “muscolo della pazienza” si sta esaurendo ma ti rendi conto che il peso è ancora troppo alto da gestire da sola/o, la mia chat a te dedicata è aperta.