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Maria Toziano Coach

Il display tra di voi: quando i messaggi sono centellinati

Donna che aspetta messaggio dal partner nelle forze armate, forze dell'ordine.

Hai mandato quel messaggio ore fa. Da quel momento, il telefono è rimasto accanto a te, e ogni volta che gli scagli uno sguardo speri di veder comparire il suo nome.

A un certo punto lo schermo si illumina. Senti il classico tonfo allo stomaco, la scarica di adrenalina, il cuore che accelera: è lui/lei. Afferri il telefono con il fiato sospeso, lo sblocchi… ed è solo un’amica/o che ti chiede se ti va di uscire. Un sospiro di delusione, lo appoggi di nuovo sul tavolo, ancora più tesa di prima.

Passa altro tempo. Lo schermo si riaccende. Stavolta è davvero lui/lei. Apri la chat al volo, pronta a leggere qualcosa che colmi quelle ore di assenza, e cosa trovi? Un “Ok”. Oppure un “Tutto bene, ti chiamo dopo”.

E lì parte tutto.

Quale storia ti stai raccontando?

Nel preciso istante in cui leggi quel messaggio risicato, la tua mente non recepisce semplicemente un dato logistico: attiva un automatismo di pensiero.

Inizia un dialogo interno che conosci benissimo: «Io passo la giornata a chiedermi come sta, a cercare di capire il suo lavoro, a fare incastri e a sperare di sentirlo/la, e lui/lei non trova neanche dieci secondi per me?». Da lì, l’impatto sullo stato d’animo è immediato: ti spegni, ti innervosisci.

Il sociologo Erving Goffman spiegava che nella vita ci muoviamo tra Ribalta e Retroscena. Quando il partner indossa l’uniforme o entra in servizio, sale su una Ribalta fatta di rigide gerarchie, ipervigilanza e responsabilità operativa. Per funzionare senza farsi travolgere, il suo cervello deve compartimentarsi e blindarsi per rimanere concentrato sul compito.

Quando tu gli scrivi, gli stai chiedendo di aprire la porta del Retroscena — il vostro spazio intimo e affettivo. 

Risponderti con una parola telegrafica non è una punizione per te: è l’unico micro-ponte che la sua mente riesce a lanciarti mentre si trova ancora nell’assetto di servizio.

A questo punto la tua mente oppone resistenza: «Ma anch’io lavoro tutto il giorno eppure un secondo per scrivergli qualcosa lo trovo sempre! Perché io ci riesco?».

Rincorniciare la realtà: due mondi a confronto

Non è una questione di chi lavora di più o di chi ama di più, ma di fisiologia dell’attenzione:

  • Restrizione attentiva (Legge di Easterbrook): sotto stress operativo, il cervello attua una protezione automatica: restringe il campo visivo e mentale sui soli stimoli utili al compito (task-relevant). Il resto, compresi gli affetti, viene momentaneamente filtrato per preservare la prontezza.

  • Il costo di Task-Switching: nel tuo ambiente lavorativo, passare dalla stesura di una mail al rispondere a un messaggio d’affetto richiede uno switch a basso costo energetico, poiché l’ambiente circostante è percepito come sicuro e stabile. nel suo contesto operativo passare dallo stato di “gestione dell’ambiente/disciplina/sospetto” allo stato di “vulnerabilità/affetto” è uno switch tra due stati neurobiologici opposti.

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Attivare le tue risorse interne

Capire questa dinamica non significa che devi giustificare a prescindere o farti andare bene le briciole. Nel coaching lavoriamo su un principio cardine: focalizzarti su ciò che rientra nella tua sfera di controllo.

  • In quale momento della giornata hai deciso di smettere di essere il/la protagonista della tua vita?
  • Se la tua serenità dipende da un “Ok” su uno schermo, chi ha davvero il controllo della tua giornata?
  • Chi stai decidendo di essere mentre aspetti?

Strumenti pratici

Smantellare la reattività da notifica non è una questione di “pazienza”, ma di allenamento.

Se leggendo queste parole hai riconosciuto un pezzo della tua quotidianità, scrivimi un messaggio in privato.

Sarebbe un piacere ascoltare la tua storia e fare il primo passo insieme.